29 Novembre 2018

Freespace – Biennale di Architettura, Venezia 2018

Sono andata a vedere la Biennale di Architettura a Venezia in un ultimo scorcio di un’estate ormai autunnale, e ho colto fra i canali e le calli il profondo senso di questa città d’acqua “ubriaca di luce acquamarina”, citazione di Antonia Byatt, grande scrittrice inglese, ripresa dalle due curatrici irlandesi di questa edizione: Yvonne Farrell e Shelley McNamara, in arte Grafton Architects.

Il titolo della Biennale è Freespace, intendendo come tale lo spazio libero, quello che di fatto esiste in natura e dà un senso alla vera Architettura, intesa come “pensiero applicato allo spazio nel quale viviamo e abitiamo” (Paolo Baratta, Presidente della Biennale).

Nel loro manifesto Yvonne e Shelley hanno invitato gli architetti partecipanti a pensare ai materiali dell’architettura come doni della natura stessa: l’aria, la luce del sole, della luna, il vento, la gravità, l’energia fra gli spazi, quella della vita che vi si sviluppa.
Condivido pienamente con le due curatrici questa visione dell’architettura dove gli spazi costruiti canalizzano e facilitano la vita degli abitanti, creando nel tempo quella meravigliosa patina che permette di apprezzarne le stratificazioni di uso e di significato anche dopo centinaia di anni.
E’ ciò che circola fra gli spazi costruiti che dà un senso agli spazi stessi e li rende vivi.
Ho visto progetti bellissimi, di “architettura empatica” come l’ha definita Mario Cucinella- alla guida del progetto del Padiglione Italia. Questo è un percorso attraverso le “piccole azioni di miglioramento e di dialogo” che si snodano attraverso il nostro territorio, un’architettura che ricuce e annoda nuovi fili fra il paesaggio e i suoi abitanti.
Nel mio piccolo, mi sento partecipe di questa poetica ricerca dell’energia vitale fra gli spazi, che io colgo nel paesaggio domestico. Freespace, un nuovo paradigma.

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